Rumore bianco, di Don DeLillo. La recensione

rumore

È la seconda volta che leggo Rumore bianco. Don DeLillo è uno dei miei scrittori preferiti. Non mi metterò a fare uno spiegone di trenta righe sul perché e sul per come l’ho conosciuto. Scrivo questo pezzo perché penso di avere qualcosa da dire su questo romanzo e sento il bisogno di farlo, con l’intenzione di aggiungere qualcosa su questo libro a quello che potete trovare nel resto della rete. La recensione è lunga, quindi accomodatevi.

Se dovessi trovare un termine per descrivere tutte le quotidianità intangibili e diafane sarebbe: DeLillo.

Il libro è suddiviso in tre parti principali, divise a loro volta in capitoli.

Parte prima del romanzo: Onde e radiazioni.

È la voce narrante di Jack Gladney che parla, con la prima persona dell’imperfetto e del passato remoto. Siamo davanti l’università in cui insegna, è settembre, inizio del nuovo anno di studi. C’è una lunghissima fila di station wagon splendenti: sono le automobili dei genitori degli studenti che ritornano dai piaceri proibiti dell’estate, cariche di tutto quello che porteranno con loro nei dormitori per il nuovo anno accademico. Le automobili dei ricchi di questa cittadina, i quali, suppone Jack, non pensano alla morte; perché sono ricchi, perché si sentono sicuri e protetti. Un rituale a cui il protagonista assiste ogni anno, affascinato.

Jack è un hitlerologo, ovvero è colui che ha avuto l’idea di aprire un’università specifica per gli studi su Hitler. Jack è un esperto della personalità di Hitler ma non conosce il tedesco. A fine corso ci sarà una conferenza sul Führer, ci saranno rappresentanti da tutto il mondo, anche tedeschi; è per questo che inizia a prendere lezioni da un anziano in un ospizio. Perché si rende conto che, in breve, vive” ai margini di un territorio di ampia vergogna”.

Ed è proprio del rituale delle station wagon che parla con la sua quarta ed attuale moglie, Babette, quando torna a casa. Babette è in carne, formosa, dalla folta chioma, ispira fiducia, speranza ed è dedita alla famiglia. “L’amore ci aiuta a sviluppare un’identità sufficientemente sicura da poter essere affidata alle cure e alla protezione di un’altra persona”, è così che si sente con lei. Fa jogging, su e giù per dei gradoni; ha i fianchi un po’ larghi che piacciono a Jack, lo rassicurano, anche se Babette la pensa diversamente: “Diceva che dei suoi difetti facevo virtù perché era nella mia natura di mettere le persone amate al riparo della verità. Nella quale verità, sosteneva, sarebbe stato in agguato qualcosa”. Babette, che compra più yogurt di quanti poi ne mangia e che poi deve buttare, è l’introduzione al tema del consumismo.

Hanno quattro figli in casa, alcuni di loro da madri e matrimoni passati. C’è Wilder, il bambino più piccolo, un infante. Denise e Steffie sono le bambine, di cui la prima è la più grande. E c’è Heinrich, figlio di Jack, ragazzo adolescente schivo e introverso il quale vive un complicato dialogo con il padre e che gioca una partita a scacchi per corrispondenza con un assassino carcerato. È questa la famiglia che ci presenta lo scrittore.
Poi c’è Murray, un collega che tiene un corso su Elvis Presley. È lui che fa conoscere a Jack l’anziano che gli insegna tedesco, perché ha una stanza nello stesso ospizio. Murray parla a Jack del mondo dei codici, delle onde, delle radiazioni, dei significati nascosti. Ogni cosa ne significa anche un’altra o di più. Se ne va in giro per i supermercati con un taccuino in cui appunta cose. Guarda una scatola e appunta.

Sono le onde degli elettrodomestici, della tv, del frigo, degli oggetti, il rumore bianco e sordo.

Questi diventano parte della narrazione, possiamo trovare un frase che esce dagli altoparlanti della radio durante un dialogo; a potenziare e completare il contesto narrativo. Qui ermerge uno degli aspetti più interessanti della tecnica narrativa di Don Delillo.

Una sera la famiglia si ritrova casualmente davanti la televisione a guardare un canale che trasmette catastrofi, si fissano, ammaliati, tra curiosità e paura, un fascino primordiale. Ed è qui che prendiamo confidenza con il tema della catastrofe.

È difficile parlare di un libro come questo, pieno di dettagli che vanno collegati. Un insieme di dettagli che non c’entrano niente tra loro possono dare il senso della realtà, è questo il modo in cui scrive lo scrittore statunitense. Ripetere la trama per filo e per segno è inutile e noioso, sto cercando di assemblare i componenti che a mio avviso servono per metabolizzare e comprendere a fondo il testo.

Parte seconda. L’evento tossico aereo.

Catastrofi, ho detto. Jack sale al secondo piano, entra nella camera di Heinrich che è affacciato alla finestra e guarda dentro un binocolo. C’è stato un incidente: si è ribaltato un container che contiene un gas tossico: il Nyodene D. Il materiale di scarto proveniente dalla produzione di insetticidi. Dal binocolo osservano la macchia nera sospesa nell’aria. Dalla radio iniziano a trasmettere aggiornamenti. Sappiamo che è mortale per i ratti, ma per gli uomini non si sa. Nausea? Asma? Sudore delle mani? Déjà vu? Coma? Morte? Ogni volta trasmettono un’allerta diversa. Le bambine ipocondriache lamentano questi sintomi al cambiare della notizia, ma sono influenzate dalle notizie o sono veri?
Cambia vento, la nuvola nera si sposta. Evacuazione. Jack e la sua famiglia devono lasciare la casa della loro tranquilla cittadina.

La colonna lunghissima di automobili procede lentamente.
“Avevamo poco da dirci, non essendosi ancora le nostre menti adeguate alla realtà cose, alla realtà assurda dell’evacuazione, più che altro guardavamo gli occupanti delle altre auto, cercando di dedurre dai loro volti quanto spaventati dovessimo essere.”
Sono punti di vista come questo che arricchiscono la prosa di DeLillo e lascio a lui raccontarvi l’epico esodo della catastrofe, che riesce a trasformare in qualcosa di incredibilmente umano, la nostra piccolezza di fronte agli eventi, anche quelli prodotti dall’uomo. Il Don DeLillo degli intrighi, delle catastrofi, delle masse, e della capillarità dei dettagli.

A noi adesso interessa Jack, che si ferma a fare benzina, intanto la nuvola nera, densa e ammassata, sorvola la loro automobile.
Sono assegnati all’accampamento in un ex edificio per boyscout. Jack si aggira nel capannone in mezzo alla varietà delle persone, incappando in una piccola folla che ascolta un ragazzo, il quale si rivela essere Heinrich, suo figlio. Disquisisce sul Nyodene D come un esperto, le persone lo ascoltano. E Jack lo osserva sbocciare, aprirsi e rivelarsi per il ragazzo sofista e pignolo che è: “che stesse scoprendo se stesso, imparando a valutare il proprio valore dalle reazioni degli altri?”. L’unico tra tutti loro che sembra aver trovato giovamento da questa situazione.

Questo romanzo tratta il tema della morte nelle varie fasi della vita. Per un adolescente diventa l’occasione per mettersi in gioco.

Tra le teorie, le interpretazioni, le fantasie su questa minaccia sconosciuta, Babette che legge storie sugli ufo da un tabloid a degli anziani.
Coloro che pensano di essere stati a contatto con l’evento tossico aereo sono chiamati a incolonnarsi al banco della SIMUVAC. Jack deve andarci perché è stato due minuti sotto la nuvola alla pompa di benzina. La SIMUVAC è un’organizzazione che si occupa di simulare evacuazioni, il quale personale si ritrova in questo caso a fare esperienza diretta sul campo. L’impiegato inserisce i dati di Jack al pc. Il risultato è: morte. Questo gli dicono, non sanno quando non sanno come, ma il Nyodene D è in lui e lo ucciderà, forse tra vent’anni.

Dopo questo episodio tutti vengono trasferiti in un altro edificio di una cittadina poco lontana da lì, in cui vivranno per un po’ di giorni; fino a quando l’evento tossico aereo verrà fatto mangiare da organismi artificiali, i quali si nutriranno della nuvola e si autodistruggeranno.

Siamo su un cavalcavia. Le automobili si fermano. Le persone scendono. Sullo sfondo un tramonto bellissimo, il tramonto incantevole che si pensa sia dovuto ai resti chimici dell’evento tossico aereo nell’atmosfera.

Parte terza. Dylarama.

Divento sempre più sintetico, un po’ perché ci avviciniamo alla fine, un po’ perché ormai ho quasi tutti i pezzi.

Denise ha scoperto che la madre prende un farmaco di nascosto perché trova un flaconcino con scritto Dylar, e informa Jack della sua scoperta. È un farmaco inesistente che il suo dottore non conosce e di cui nessuno ha mai sentito parlare. Il professore riesce a trovare la confezione e fa esaminare una pasticca da una collega. Il farmaco si rivela essere un piccolo capolavoro scientifico.

Una notte, sul letto, insistendo Jack riesce a farsi raccontare dalla moglie cos’è il dylar: un farmaco per cancellare la paura della morte.

E si apre un dialogo intimo in cui conosciamo la storia del farmaco, che potrete scoprire leggendo. Babette ci è entrata in contatto sfogliando un tabloid.
Riporto una parte del dialogo:
” – E se la morte non fosse altro che suono?
– Rumore elettrico.
– Lo si sente sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!
– Uniforme, bianco.
– A volte mi invade, – disse lei. – A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parlarle”.

E Babette comincia ad aprirsi con il marito che ascolta interessato, ponendosi in maniera accomodante. È la stessa Babette, quella che ha qualcosa di diverso dalle ex mogli per un motivo ben preciso.
“Era curioso come continuassi a impegolarmi con persone legate al mondo dello spionaggio. Dana lavorava come spia part-time. Tweedy veniva da una vecchia e distinta famiglia con una lunga tradizione di spionaggio e controspionaggio, ed era attivamente sposata con un esperto ad alto livello di azioni nella giungla. Janet, prima di ritirirarsi nell’ashram, era un’analista di moneta straniera, che faceva ricerche per un gruppo segreto di teorici avanzati, legati a un discutibile istituto di ricerca. Non mi aveva detto niente, se non che non si riunivano mai due volte nello stesso posto.
Parte della mia adorazione per Babette era dovuta al fatto che per me costituiva un autentico sollievo. Non nascondeva segreti […].”

Di riflesso Jack gli racconta del test della SIMUVAC, di cui non aveva detto niente a nessuno, e che c’è la morte in lui. Si ritrovano a condividere la stessa paura. La paura più primitiva di tutte, il vero rumore bianco dei rumori bianchi del libro. Tutto a questo ci riporta, fin dalle prime pagine, quando Jack e Babette si chiedono chi morirà prima dei due e delle loro possibili conseguenti reazioni.

Uno dei romanzi capolavoro di Don Delillo

DeLillo in questo romanzo affronta uno dei più grandi temi della letteratura utilizzando il suo stile inconfondibile. In tutte le salse, luoghi comuni, situazioni, rituali, la scienza, il naturale e l’artificio umano, i vari strati della paura, i supermercati, gli intellettualismi accademici, gli impulsi chimici del nostro cervello, i dati, le televisioni, i dialoghi notturni e i tramonti postmoderni.

Di quel Jack che senza la sua toga universitaria diventa un uomo normale, vulnerabile come tutti. Il tema delle divise, appunto, che ritorna in altri suoi libri. Le divise per dimostrare che la verità è tangibile; e se un pazzo con una divisa è un dottore, un altro con un uniforme militare diventa un’autorità.

E gli adolescenti sono pronti a sfidare la morte semplicemente per ambizione, come fosse un conseguenza sfortunata delle loro imprese. I bambini, ancora di più, sono la pace per gli adulti, perché inconsciamente si accorgono che sono liberi dal percepirla, non sentono il rumore.

E nell’ultimo capitolo ritroviamo tutto questo: dal Wilder (il bambino piccolo) che rischia la vita senza nemmeno accorgersene, alla follia frustrata degli adulti per dimenticarsene. Comprendere tutte le pagine che vengono prima amplifica l’èpos di quest’ultimo capitolo.
Ci sono alcune cose che non ho raccontato, come ho detto, cose che potrei collegare con piacere, altri piccoli temi affrontati; ma non mi importa molto, perché qualunque cosa aggiunta ruoterebbe attorno a quest’orbita riportandoci lì. Sono onde, significati, codici.

Ho deciso di rileggere questo libro appena conclusa una drammaturgia di Delillo tradotta anche in italiano: La stanza bianca.
C’è un passo che mi ha aiutato a capire e mi ha aperto un mondo.

“Budge: C’è il segnale libero. È incoraggiante.
Grass: Mi sento incoraggiato.
Budge: Temevo di non sentire niente. Solo il vuoto.
Grass: C’è speranza.
Budge: C’è rumore”.

Pensavo che il rumore bianco fosse la morte e invece è di un libro sulla speranza che parliamo.

Se vuoi leggere Rumore bianco non rimane che comprarlo, farà la sua degna figura nella tua libreria.

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