Complici

la solitudine
è complice
dell’immaginazione
ha nascosto l’arma del delitto
nessuno può
stimolarti come lo sai fare tu
alcune immagini valicano
i confini del tempo
nell’ombra di quella notte
mi dicesti
sembra che ci parli con i baci
ti dissi ancora
ti dissi
comunichiamo
meglio con i nostri corpi
che con le parole
perché le parole sono parole di altri
quando ci tocchiamo
non commettiamo errori di traduzione
e sono i valori
non gli interessi
a renderci complici
sembra che ci parli con i baci
alcune immagini valicano
i confini del tempo
come le stelle
affacciati alla finestra
sempre lì
fisse nelle notti
dei giorni e delle epoche
e i nostri corpi comunicanti
come scintille di un falò
che svolazzano
divampano nel cielo
e si spengono nell’ombra

 

Alcune volte le storie e gli spunti si nascondono nelle immagini. L’illustrazione allegata a questo componimento è stata realizzata da momusso. È brava, seguite la sua pagina.

finestra

Ha trovato la sua strada

“Ha trovato la sua strada” è un’affermazione che mi piace: 5 parole che mettono un punto ai percorsi di un’esistenza.

Tuttavia ho dei dubbi. Cosa significa “trovare la strada”? Raggiungere il successo? Trovare un lavoro che ci soddisfi? Oppure trovare un partner che ci accompagni? O, ancora, presuppone uno stile di vita che ci lasci esprimere al meglio la nostra personalità, che ci doni la pace?

Appunto: utilizzarla rilascia un senso di pace, come un defaticamento. Quando parliamo di strada parliamo di ricerca interiore, e la ricerca è esercizio, curiosità, moto.

È nel momento in cui percepiamo la complessità della nostra individualità che inizia la ricerca. E la nostra individualità non contiene molteplici strade che anche noi fatichiamo a definire? E chi ci dice che una strada giusta in questo momento lo sia anche nel futuro? “Ha trovato le sue strade” forse è più esatto.

Alcune volte è nelle immagini che si nascondono le storie e le intuizioni. Sui nostri rami, anche su quelli più distanti, dentro una gemma, sta per nascere un fiore. La pace è la ricerca.
Per me la vita procede così: ramificata.

ha-trovato

Poche righe, tante parole #1: Il buio fuori, Cormac McCarthy

Sto leggendo Il buio fuori, di Cormac McCarthy. Lo scrittore americano era candidato al premio Nobel da poco assegnato a Bob Dylan. Ha scritto Non è un paese per vecchi da cui è stato tratto il film da Oscar dei fratelli Coen. Con il romanzo distopico La strada ha vinto il premio Pulitzer nel 2007, anche da questo è stato tratto un film.

McCarthy mi piace molto. La sua prosa ha la grande capacità di elevarsi con poche parole e acquisire un respiro epico, a tratti solenne. Ogni elemento accenna ha un cambiamento superiore, i suoi periodi suonano come predizioni.

Spesso pensiamo ai libri come a storie unitarie, tendiamo ad analizzare il tutto invece del dettaglio. La scrittura, come l’arte in generale, si distingue dalle repliche proprio tramite i dettagli. Fa parte della lotta al cliché. A partire dagli snodi narrativi fino alla singola frase.
È per questo che ogni tanto bisognerebbe rallentare il flusso della lettura e affrontare le frasi con maggiore attenzione. Questo è un processo che ci aiuta a comprendere il mestiere dello scrittore, che lavora con il cesello ogni periodo. Poche righe, valgono tante parole.

Ho scritto questa lunga introduzione perché mi piacerebbe farvi leggere un inizio di capitolo qualunque di questo libro:
“Continuò a camminare anche dopo il tramonto del sole. Non vide altre cose. Più tardi la luna salì in cielo, e la strada davanti i suoi occhi serpeggiava gessosa e irreale fra il nero dei boschi. Uccelletti di palude si zittivano a mano a mano che lui avanzava e poi ricominciavano a cinguettare alle sue spalle, quasi lui si muovesse in uno spazio vuoto inaccessibile al suono. Portava con sé un bastone, e con un bastone saggiava tutte le piccole ombre sul terreno sopra il quale camminava, ma sulla strada c’erano solo le sagome delle cose”.

mccarthy

Notiamo come la prima frase ci inserisce in un contesto di solitudine, di alienazione, di abbandono. L’interazione che hanno i personaggi con il mondo che li circonda è ammirabile, li rende vivi e in continua azione: “si zittivano a mano a mano che lui avanzava e poi ricominciavano”. E ancora: “saggiava le ombre sul terreno sopra il quale camminava”, questa frase ci dice qualcosa di molto importante su questo personaggio con eleganza e apparente spensieratezza.

E i dialoghi, asciutti, mai pomposi o bisognosi di uscite a effetto: “Già. Non siete di qui, acconsentì l’uomo. Diede una manata violenta a una vespa che passava di lì. Via, via, maledizione, imprecò. Voi da dove venite, se posso chiederlo?”. Senza alcun segno d’interpunzione a introdurli.

Insomma Cormac McCarthy è consigliato, si era capito?

buio

 

Quel grido laggiù

Un significato non c’era, solo meraviglia e bellezza.
Sedeva, con la coscia sinistra, sul davanzale della finestra che bucava la parete di pietra. Dal piano più alto delle mura: la campagna si allungava fino a incontrare il sole calante, che la illuminava con le tiepide tinte del tramonto.
Ne riconosceva ogni dettaglio: le pietre, le stalle, il torrente, gli alberi. L’altezza mutata dell’erba sui prati. Affacciarsi al tramonto gli dava conforto. Era un’abitudine che custodiva da un anno, ogni giorno. Anche quando aveva qualcosa da fare, esitava, si tratteneva e rimaneva a contemplare il paesaggio. Lo sguardo si incantava e sentiva nel petto dissolversi un peso.
Non gli importava cosa ci fosse al di là, anzi, temeva che oltre quella linea, nel lontano indefinito, quell’umore si sarebbe disperso. Raramente, quando non poteva assistere al tramonto, perché era lontano, per un viaggio o una mansione, il suo pensiero tornava lì; e, ovunque fosse, si acquietava. Per questo motivo aveva cominciato a viaggiare sempre meno ed erano sei mesi che non passava un tramonto fuori dal castello.
Il torpore si diffondeva quando un grido giunse alle sue orecchie. Breve e contratto: una voce d’uomo. Forse era qualcuno della servitù e non se ne preoccupò o comunque non volle coglierlo come motivo d’allerta. Cambiò posizione e si appoggiò su un braccio sporgendosi appena; l’aria rinfrescava e portava odore di pioggia.
Di nuovo sentì un grido. Identico. Proveniva dalla stessa ala del castello in cui si trovava. Esitò ancora mentre una sottile inquietudine si insinuava. Guardò la porta chiusa e scese dal davanzale. Si voltò verso l’orizzonte: annottava e il panorama diventava sfuggente. Lo impresse nella memoria e uscì dalla stanza.

Non c’era nessuno nel corridoio e tutte le porte erano chiuse. La luce fioca entrava da una finestra sul fondo, intorno l’ombra procedeva. Rimase in ascolto: silenzio.
Decise di accendere le fiaccole sulle pareti, ma appena mosse un passo arrivò il grido. Questa volta appena percettibile, otturato, come se avessero cercato di trattenerlo.
Cercò. Aprì una dopo l’altra le porte del corridoio. In alcune si soffermava a guardare gli oggetti, i mobili, i quadri. Ce n’erano alcuni che lo riguardavano, lo riportavano ai ricordi passati. Quello era un baule in cui si nascondeva da ragazzo, dopo averne combinata una delle sue. In un’altra appeso al muro c’era il suo arco, che utilizzava per le battute di caccia sul limitare del bosco. Il suo pensiero fuggì verso il panorama che aveva da poco abbandonato e sentì la necessità di tornare nella sua stanza. Un grido ancora lo riportò nei corridoi.

Questa volta arrivava da lontano, dall’ala opposta del castello. Affrettò il passo e si diresse in quella direzione. I corridoi erano vuoti e bui. L’oscurità colava dalle fessure tra masso e masso, lambiva i mobili e straripava dalle insenature. Chiamò: nessuno rispose. Le stanze erano vuote. Chiamò ancora: chiunque fosse e qualunque cosa stesse succedendo, sembrava spostarsi. Era pervaso dall’inquietudine, non tanto per il timore che stesse accadendo qualcosa di grave, ma per il fatto che stesse succedendo qualcosa che non riusciva a comprendere.
Ancora: questa volta un lungo, irregolare, grido. – Che succede? – urlò.

Si avviò febbricitante, salì in cima alla grande torre: la giovane notte nascondeva le forme e il panorama, non c’era niente lì per lui. Scese. Corse per il castello. A volte gli parve di sentire delle porte aprirsi e chiudersi, ma erano solo correnti d’aria. Chiamava quando si fermava a riprendere fiato. Il grido si manifestava in diverse forme: acuto, lacerante, straziato, rauco, altalenante, frammentato. Appariva, come una guida invisibile; e lo disorientava, lo confondeva, lo conduceva in corridoi già percorsi, in angoli già perlustrati.
A piano terra per la prima volta trovò le fiaccole accese e ne prese una. La luce e il calore lo confortarono. Non sentiva più il grido da qualche minuto e il cuore cominciava a stabilizzarsi. Camminava lento, adesso, come avrebbe fatto per una normale ispezione. Aveva visitato l’intero castello senza trovare nessuno; questo rendeva quella situazione così farsesca che pensò di essere in un incubo, sicché, presa questa consapevolezza, poteva calmarsi e svegliarsi. Uscì nel cortile interno, l’unico luogo rimasto inesplorato.
Anche se la notte era avanzata, la luna non era ancora abbastanza alta da risplendere nel cielo. Quanto tempo aveva cercato? Non ricordava di aver mai visitato così a fondo il castello, in tutta la vita.
All’improvviso sentì un respiro provenire dal centro del cortile. La sagoma di una donna era appoggiata al pozzo. Era sua moglie? Corse verso di lei, la girò e le illuminò il viso. Lei sospirava appena e lui non sapeva cosa dire. Cosa faceva lì? Non rispose. – Hai sentito quelle grida? Eri tu? – disse, ma poi si ricordò che era la voce di un uomo.
Lei schiuse la bocca e allora lui osservò il viso della donna, i suoi occhi e le labbra voluttuose. Non ne ricordava il sapore. E la baciò; e dopo qualche secondo ansimavano entrambi. Con un tonfo sordo la fiaccola cadde sul pavimento, illuminando i rossori delle guance. Le mani arrotolarono la lunga gonna. La biancheria calò a terra e il sangue saliva e scendeva nelle vene. Quando la toccò lei emise un piccolo gemito, un piccolo grido, lui amò quel grido stridulo e la tirò su con le mani, la appoggiò sul bordo del pozzo e lei urlò più forte mentre spariva nel buio.

Si ridestò quando sentì l’acqua scrosciare. Chiamò e non ricevette risposta. Cosa aveva fatto? All’improvviso si ricordò delle caverne che conducevano alla fonte del pozzo. Doveva agire in fretta. Raccolse la fiaccola e corse a perdifiato fino alle cantine. Attraversò una piccola porticina, dalla quale si accedeva togliendo il fondo di un armadio, e discese.
Sapeva che le caverne erano tortuose e che conducevano a vicoli ciechi. Ma il tempo era fondamentale, non poteva esitare. Correva, quando riusciva: il suolo era viscido e in alcune zone bisognava tenersi alle pareti. L’antro era umido, e in certi tratti delle gocce cadevano e formavano delle pozzanghere. Faticava. Inciampò e cadde: la fiaccola volò in una pozza d’acqua e si spense.
Il buio totale.
Sentì il collo tendersi e una stretta allo stomaco, le lacrime si affacciavano dalle palpebre, ma nessuno le avrebbe viste in quella oscurità. Si rialzò in piedi. Incespicò, passetto dopo passetto. Innumerevoli volte le mani incontrarono pareti di pietra, in quel luogo senza inizio e senza fine, ed era costretto a voltarsi per cercare una nuova via.
Si perse in quel labirinto, pieno di dedali e privo di segnali. Quanto avrebbe voluto sentire quel grido, che in qualche maniera lo aveva condotto lì e lì lo aveva abbandonato. Invece c’era un solo fioco gocciare e il moto della sua stessa massa nella tenebra. Cominciò a parlare da solo per farsi coraggio. Alcune volte si fermava e rimaneva in silenzio perché gli pareva di aver sentito qualcosa: un rumore, un respiro, e si voltava di colpo come se qualcuno lo seguisse o lo osservasse da qualche anfratto invisibile. Finché diventò parte dell’oscurità interminabile: non era più, dissolto nel buio.
L’improvvisa consapevolezza della sua condizione lo destabilizzò e le vertigini lo costrinsero a sostenersi a una parete. I pensieri più spaventosi lo accolsero tra vortici e profondità per le quali non riusciva a trovare nomi o parole esistenti. Una perdizione indicibile lo avvolse e lo fece cadere in ginocchio; erano le sue gambe quelle? Da quanto era lì, in quel luogo in cui il tempo e lo spazio perdevano ogni significato?

Un soffio leggero, fresco, puro, gli lambì il viso e continuò a farlo. Si ridestò perché quella era aria e quella che la sentiva era la sua faccia. Seguì quel filo d’esistenza. Sapeva dove lo avrebbe condotto.
Il bagliore tenue della luna faceva brillare lo specchio d’acqua: dall’apertura del pozzo scendeva sul lago sotterraneo. Intorno l’acqua era nera, impenetrabile.
Si carezzò il viso e il collo e il petto e le gambe: c’era tutto. Esisteva tutto. Era spossato, esausto. Aveva sete ma temeva di avvicinarsi: l’acqua pareva nascondere qualcosa. Una sirena balzò e provò ad avvinghiarlo, poi quell’immagine sparì dalla sua mente.
Un leggero sciabordio arrivava dal centro del lago. Riemerse il motivo per cui era lì. Apparve sotto l’apertura del pozzo: galleggiava, era esile, sgonfia. L’istinto fu quello di gettarsi, ma esitò appena gli si bagnarono i piedi: quel lago oscuro lo inorridiva, era certo che l’avrebbe risucchiato, avviluppandolo, per trascinarlo nelle profondità. Allora ricordò di essere stato lì una volta e di essere entrato. Tremò, ma come se l’avessero spinto, entro nell’acqua gelida, sussultando. E fu come gettarsi in un abisso. Muoio, pensò.

Annaspò finché si accorse che l’acqua era bassa e riusciva a toccare, con le punte. Nuotò fino a l’ombra che galleggiava sull’acqua. L’afferrò per tirarla a sé e la stoffa gli si disfece tra le dita come muschio. Né vita né carne. Il riflesso lunare evidenziava quelle oscure cavità, luccicava sull’avorio dei denti. Rimembrò, tutto.
E venne fuori: dalla pancia, dalla gola, dal pozzo.
Quel grido laggiù era il suo.

castello

La voce interiore

Alcune volte rifletto sulla voce dell’autore, e quando ci penso mi viene sempre in mente un’amica che una volta mi disse: “Tu hai una caratteristica particolare, leggendoti si capisce quale scrittore stai leggendo in quel periodo”. Questa è una frase che mi fa prendere un accidente, se me la dicono.
I grandi autori sono pericolosi per gli scrittori, a causa dell’influenza che esercitano su di loro. Immaginiamo che io ora mi alzi e vada in balcone, cerchi di impostare il mio timbro vocalico e canti: “Hey, hey mama said the way you move. Gon’ make you sweat, gon’ make you groove”, tentando di intonare Black Dog come Robert Plant; oltreché fare la figura dello scemo, tutti si accorgerebbero della mia pessima imitazione.


“Tu hai una caratteristica particolare, leggendoti si capisce quale scrittore stai leggendo in quel periodo”. Questa è una frase che mi fa prendere un accidente se me la dicono, perché significa che non mi sono sintonizzato con la mia voce interiore; poi il mio scritto può essere brutto o bello quanto vogliamo, ma la questione è questa.
Se parlo cercando di abbassare il mio tono di voce perché suppongo di renderlo più virile, utilizzo il mio apparato fonatorio in maniera sbagliata, e sforzo, tra l’altro, gli organi che ne fanno parte. La voce, nella scrittura, utilizza altri organi ma ritengo che il meccanismo sia simile. Quando scriviamo ci esercitiamo per utilizzare i nostri strumenti nel modo giusto, secondo le necessità del caso, guadagnando in disciplina ed esperienza.
Anche se in maniera molto più sintetica, quella volta alla mia amica accennai questa preoccupazione e lei rispose che si sentiva comunque che c’ero io lì dentro. Il complimento era per dirmi che riuscivo ad assorbire con facilità quello che leggevo e a riutilizzarlo quando mi serviva. Forse dicevo qualcosa di mio ma con la voce di qualcun altro.

Poi penso agli autori che ho letto e che hanno lasciato qualcosa dentro di me; penso a Fante, a Bukowski, a DeLillo, a Kafka, a Hemingway, a Dostoevskij, a Makkox, a Carver, a Camus, a Jack London e agli altri. Penso a loro e loro mi dicono qualcosa, e io gli rispondo, con la mia voce. Ed è così che impariamo: ascoltando, mentre sogniamo di scavarci uno spazietto tra di loro, all’angolo della stanza, dietro un armadio, alzando la mano prima di parlare.

fonatorio