Buchi. Un breve racconto a fumetti

Buchi è un breve fumetto scritto da me e disegnato da Riccardo Fortuna.

Ho sempre letto fumetti e sono una delle mie arti preferite. Da ragazzo li disegnavo da me, per passione e divertimento. Non è vero: per tutte le scuole superiori volevo fare il fumettista. Poi ho lasciato stare la via del disegno e ho mantenuto quella della scrittura.

Questa volta ho scritto la sceneggiatura e ho chiesto a Riccardo se voleva disegnarla. Gli è piaciuta e mi ha detto che andava bene. È stata la prima volta che ho scritto una sceneggiatura in modo professionale, mentre lui ha già pubblicato diversi fumetti autoprodotti. La storia gli è piaciuta e alla fine sono uscite fuori le tavole che vedete qua sotto.

Buchi è un racconto sulle cose che facciamo finta di non vedere, su quello che manca e su quello che c’è ma non vediamo.

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Varcare il cancello di Auschwitz, ovvero del viaggio in Polonia con un gruppo di studenti

È difficile trovare le parole giuste perché è raro che queste siano puntuali quando ne abbiamo bisogno.

Questo è il vantaggio dello scrivere sul parlare: possiamo prendere il tempo che ci serve, per sceglierle, cambiarle e spostarle; almeno quando non abbiamo una data di consegna.

Quest’anno sono stato uno dei giudici del concorso I giovani incontrano alla Shoah, per le classi quinte delle scuole superiori del Comune di Civita Castellana. Gli studenti partecipano con delle opere scritte, delle fotografie, dei video, delle sculture, sul tema dell’olocausto. Ogni anno gli studenti vincitori ricevono in premio un viaggio in Polonia, ad Auschwitz.
Dopo la premiazione mi è stato chiesto se volevo accompagnare i ragazzi nella gita in quanto membro della commissione. Ho tentennato un po’, poi ho deciso di andare; quando mi sarebbe ricapitato?

Al ritorno mi sono ripromesso di raccontare quello che abbiamo visto. Ho riflettuto un mese e mezzo prima di mettermi a scrivere: è difficile raccontare l’esperienza vissuta in Polonia, o meglio, è difficile raccontare quello che si prova quando si varca il cancello di Auschwitz.
Per questo ho atteso che le parole arrivassero, ma mi sono anche dato una scadenza: il 25 aprile.

Sensazioni indecifrabili: confusione, spaesamento, desolazione. Le domande principali sono due:

  • Sono all’altezza? (Scusatemi, Titani della letteratura della guerra e del dolore);
  • Ho qualcosa da dire?

Proverò a evitare gli scivoloni, il rischio è quello di cadere sulla retorica.

Umberto Eco raccontò così uno stralcio della Liberazione, vissuta da lui a Milano: “Disse: – Cittadini, amici. Dopo tanti dolorosi sacrifici… eccoci qui. Gloria ai caduti per la Libertà -. Fu tutto. E tornò dentro. La folla gridava, i partigiani alzarono le loro armi e spararono in aria festosamente. Noi ragazzi ci precipitammo a raccogliere i bossoli, preziosi oggetti da collezione, ma avevo anche imparato che la libertà di parola significa libertà dalla retorica”.

Quantomeno sono riuscito a capire dove non devo andare.

Ho preso seriamente il ruolo di giudice: ho letto libri, un mucchio di articoli, visionato più di una dozzina di documentari storici; ho vòlto molte delle mie energie alla crescita del mio temperamento critico. È un argomento esteso, complicato, affascinante, per certi versi inesauribile. Tuttavia non sono uno storico e il mio compito non è documentare. Prima di partire sono andato dal barbiere. I miei capelli sono caduti per terra e lui li ha raccolti con la scopa. I capelli si buttano nell’umido o nell’indifferenziata?

Ma di cosa stai parlando? Ti chiederai, lettore sconosciuto. Sconosciuto, sì, ma so che hai un punto di vista sulla vicenda. Forse la forma più adatta per riportare questa esperienza è il racconto di viaggio. Racconto di viaggio misto a riflessione, perché non voglio precludere del tutto la mia individualità, al contrario di come farei con la narrativa. È diverso dire: “Sono dei criminali” da: “Hanno buttato giù la porta e hanno devastato tutto, il tempo di voltarmi ed ero sulla camionetta”.

In questo breve viaggio abbiamo visto i lager di Auschwitz e Birkenau, il quartiere ebraico Kazimierz e il Castello di Wawel di Cracovia; alcuni di noi hanno visitato le gallerie e gli imponenti saloni delle Miniere di sale di Wieliczka. Per rigor di sintesi riporterò solo alcune vicende ed episodi.

sinagoga di cracovia

Verso il lager

La guida è un uomo, il suo nome è Piotr. Ci dirigiamo in autobus da Cracovia verso il campo di Auschwitz I, intanto lui ci racconta la storia della Polonia. Parla molto, mi è quasi di fronte; non sa che io provo uno strano senso di repulsione e di vergogna, di voglia di essere solo. Dice: “Pensate com’è essere un numero, perdere la possibilità di esprimere i propri desideri e volontà”. Desidero un po’ di solitudine, voglio sapere cosa proverò.
Il paesaggio intorno muta, le case diventano rade, le architetture caratteristiche, e appaiono i boschi e cumuli di neve si sciolgono al sole sotto il cielo azzurro. “Siete fortunati”, dice Piotr nel microfono: “La settimana scorsa ho fatto una visita con degli studenti italiani mentre pioveva, con una temperatura di meno sedici gradi; è stato terribile”.
Sfioriamo filari di alberi di parchi naturali dal nome impronunciabile; rigagnoli d’acqua fluiscono sotto lastre di ghiaccio che sudano al sole.

Piotr parla e io sono preoccupato per la reazione che avrò e parla di chi ha scelto, di chi ha rischiato la vita per salvare delle persone. Dice: “Non è un’esperienza facile, preparatevi perché è peggio di come vi aspettate”.
A volte su Facebook incontro quella frase che è all’incirca così: “È facile essere fascisti in uno stato democratico”, è vero. Tuttavia credo che sia facile anche essere democratici in uno stato democratico. Perché ci vuole poco a dire “Questo è sbagliato” e “No, così non va bene” quando non ti arrestano, ti picchiano, ti umiliano oppure vengono a prenderti a casa. Quando devi stare attento a chi parli e dove, alle persone che incontri e a quelle che aiuti. Quando devi proteggere la tua famiglia, un amico o semplicemente tirare a campare. Piotr è simpatico e parla bene l’italiano.

Ma cos’è che mi preoccupa mentre attraversiamo in bus la campagna polacca, verso il luogo conosciuto al mondo come la Fabbrica della Morte?

Piotr dice che l’individualità è la cosa più importante che abbiamo perché che ci rende unici, irripetibili. Scorriamo paralleli e in direzione contraria al Fiume Vistola, che invece procede verso Cracovia e sfocia nel Mar Baltico.

Ho paura di emozionarmi, di piangere, di commuovermi davanti a tutti questi ragazzi più giovane di me? Mi hanno detto che dentro stai male e ogni tanto qualcuno piange. Ma no, emozionarsi davanti a tutto ciò è una cosa sana, qualcosa che dice Va tutto bene, sei qui per questo.

Arriviamo alle 12:30 e corriamo a pranzo. Per primo c’è una zuppa di patate con spezie, per secondo c’è una bistecca di maiale tenerissima con un sapore simile Simmenthal. Il caffè non è buono. Le polacche sono molto belle, ho un debole per le cameriere. Come si dice Come stai in polacco?

Ho paura di non avere il coraggio? Di non avere il coraggio di aiutare le persone, di decidere, di rischiare, di diventare un clandestino, un prigioniero, di essere picchiato, torturato, travolto dalla furia violenta di una squadraccia; di stare da una parte ad aspettare che tutto passi, a cercare di sfangarla, a fare quello che mi dicono di fare per vivere con dignità e miseria. Stringi i denti, fatti furbo, tutto questo prima o poi finirà.

L’etimologia della parola individuo significa ciò che è indivisibile nelle sue parti e nella sua complessità. Penso a una delle più sorprendenti e rivelatrici frasi di Andrea Pazienza: “E ringrazia che ci sono io, che sono una moltitudine”. (Leggi: Le straordinarie avventure di Penthotal).

cancello di auschwitz

Oltre il cancello di Auschwitz

Quando varchi il cancello di Auschwitz sei in attesa di qualcosa, ma non c’è niente di notevole: edifici di mattoni illuminati dal sole, il terreno umido e fangoso. Era una caserma: monotonia e ripetizione delle forme e dei colori. Oltre gli edifici scorgi le recinzioni e il filo spinato, i cartelli di pericolo con il simbolo del teschio; ma anche questi sono in tutte le caserme.
Auschwitz fu una caserma, poi una prigione, poi un campo di sterminio. Te ne accorgi quando entri nel blocco numero 4.

Ciò che colpisce del Museo Statale di Auschwitz sono i numeri, la quantità. Come riporta un pannello illustrativo, dal 1940 al 1945, qui sono state deportate 1.300.000 persone:

  • 1.100.000 ebrei;
  • 140.000-150.000 polacchi;
  • 23.000 zingari;
  • 15.000 prigionieri sovietici di guerra;
  • 25.000 prigionieri di altri gruppi etnici.

1.100.000 di queste non ne sono mai uscite.

Questi numeri, dati storici, diventano singole vite umane mentre ci addentriamo tra i corridoi del blocco: quando vediamo i mucchi di valigie con i nomi dei proprietari, migliaia di scarpe affastellate come in un vecchio magazzino; quando vediamo dentro una teca il vestitino di una bambina, osserviamo i volti rasati dei prigionieri appesi sui muri, le loro espressioni.

scarpe prigionieri auschwitz

valigie prigionieri lager auschwitz

Una ragazza inciampa all’entrata di una porta. Ascoltiamo la guida del campo, una donna bionda di cui non ricordo il nome, sorride poco. Ascolto la sua voce in cuffia e non ho voglia di parlare con nessuno. Qualche studentessa rimane in coda al gruppo per scattare delle foto da portare a casa, per mostrarle ai genitori o agli amici. Sono 31 studenti, di cui 6 maschi. Controllerò che non si disperdano.

Arrivano le stampelle, i corpetti e le protesi dei disabili internati e uccisi. Internati come gli omosessuali. Uccisi come tutti coloro che non potevano lavorare: i malati, i bambini, le donne, gli anziani. Arbeit Macht Frei: lavorare nei campi di sterminio rendeva liberi dalla morte delle camere a gas.
Dentro ad Auschwitz ci sono alcune cose che non si possono fotografare, per rispetto. C’è una stanza in cui giacciono tonnellate di capelli di donne uccise. E li guardi quei capelli: castani, grigi, biondi. La guida del campo spiega che li intrecciavano per fare le stoffe, ce ne sono alcune per esempio. Né umido, né indifferenziato: stoffa, tappeti, coperte.
Se eri un prigioniero nei lager, poteva accaderti di dover estrarre un dente d’oro a un cadavere vestito come te.

Qualcuno ricorda i vostri nomi a memoria, abbiate fede. Vengono a lasciarvi i sassi e i fiori. Purtroppo io sono un disastro con i nomi, faccio sempre delle figure di merda quando si tratta di nomi.

disabili-campo concentramento auschwitz

prigionieri campo di sterminio

Nel giorno della premiazione del concorso ho detto che il dolore è collettivo ma che ognuno lo elabora alla propria maniera. Nel campo non mi commuovo. Sento un’energia che spinge all’altezza dello stomaco, lo sguardo tendersi. Percepisco il pulso sanguigno negli avambracci, riempie i peli, esce nebulizzato dai pori. È nell’aria.

Quando torniamo sull’autobus c’è silenzio, o forse sono troppo distante da chi parla, fisicamente e con il pensiero: cogitabondo. Partiamo per il campo di Birkenau, ci vogliono cinque minuti. Pubblico una foto su Instagram per lavoro.
Birkenau o Auschwitz II è in piena campagna, su un terreno agricolo piatto e anonimo. Visitiamo uno dei capannoni dove dormivano i prigionieri. “Contenevano anche 500-600 persone”, dice la guida; non si lavavano per settimane, aspettavano la pioggia per farlo.
Fiuto l’aroma del legno utilizzato per ricostruire i letti dove i prigionieri riposavano stipati. Ascoltiamo aneddoti e storie di alcuni sopravvissuti.

Tirando le somme, tutti coloro che ne sono usciti vivi hanno inanellato tanti piccoli colpi di Fortuna, in alcuni casi furbizie; nel campo senza l’assistenza del caso eri condannato. Per piccoli colpi di Fortuna intendo passare per un imprevisto da una fila che andava alla camera gas all’altra, durante una selezione. Oppure riuscire a nascondere le macchie esantematiche del tifo trasmesso dai pidocchi allo sguardo vigile delle SS. Noto che Piotr non è con noi.

Il terreno è umido, fangoso, appiccicoso. Il vento è costante e freddo, ci copriamo il collo. Saltiamo le pozzanghere, cerchiamo una via stabile tra la melma. Percorriamo la ferrovia e raggiungiamo un vagone, uno dei tanti; cento metri più in là ci sono le camere a gas distrutte dai tedeschi durante la fuga.
Abbiamo il tempo di fare qualche foto e di salire sulla torretta del campo: ne valutiamo l’immota e ripetitiva estensione. Qualcuno va al bagno o fuma una sigaretta. Riprendiamo a parlare tra di noi.
Quando andiamo via c’è uno splendido e algido tramonto.

birkenau lager campo di sterminio

Con alcuni ho parlato delle loro paure e dei loro sogni

Ho scritto poco degli studenti. Per farlo voglio arrischiarmi a scomodare Anna Frank riportando un estratto del suo diario.

“Non penso a tutti i sofferenti, ma al bello che ancora rimane. In questo sono molto diversa da mamma, che a chi è di cattivo umore consiglia: – Pensa alle miserie che ci sono al mondo, e sii felice che tu non ne soffri! -. Io invece consiglio: – Va’ fuori, al sole, nei campi, a contatto con la natura, va’ fuori e cerca di trovare la felicità in te e in Dio. Pensa al bello che c’è ancora in te e attorno a te sii felice”.

Per quanto il tempo fosse poco e compresso dai ritmi della programmazione, ho cercato per quanto possibile di entrare in contatto con i ragazzi. Non ho molti anni più di loro e per certi versi mi sono sentito più uno studente che un accompagnatore.

Con alcuni ho parlato dei loro sogni. Uno ha espresso il desiderio di diventare un regista, l’ho ascoltato e gli ho dato qualche piccolo consiglio. Mi sono lamentato delle zuppe insieme a loro, anche se ho sempre provato a difenderle. In Polonia mangiano come primo piatto le zuppe, innumerevoli tipi zuppe. Piotr ha detto che per capire se una donna è in gamba deve sapere cucinare cento tipi di zuppe.

Abbiamo cambiato insieme gli euro in zloty, facendo attenzione al valore del cambio.
Ho mangiato da McDonald’s un panino al curry con l’ananas. Delle studentesse mi hanno invitato ad andare a mangiare il sushi con loro, perché pensavano che mi sentissi un po’ solo. Ho accettato volentieri. Abbiamo donato il sushi avanzato a un senzatetto, discutendo un po’ per decidere se fosse giusto lasciargli dei soldi, richiesti esplicitamente per bere invece che per mangiare. Ho sofferto un caldo tremendo in un autobus strapieno per andare alle Miniere di sale. Uno ha voluto per forza comprare un libro come ricordo a Birkenau, ritardando di qualche minuto la partenza per tornare a Cracovia.

Quando ho votato le loro opere non conoscevo i loro nomi (anche se poi li dimentico), il loro sesso, la scuola che frequentvano. Alcuni ricordi mi danno un piacere insensato e inaspettato.

“Pensa al bello che c’è ancora in te e attorno a te sii felice”. A chi mi ha chiesto com’è stato questo viaggio ho risposto che ancora devo decifrare. C’è qualcosa che ancora devo capire; di me, è sottinteso.
Mi avvalgo ancora di Eco: “Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai”. Questa potrebbe essere una strada da perseguire, una volta varcato il cancello di Auschwitz.

Complici

la solitudine
è complice
dell’immaginazione
ha nascosto l’arma del delitto
nessuno può
stimolarti come lo sai fare tu
alcune immagini valicano
i confini del tempo
nell’ombra di quella notte
mi dicesti
sembra che ci parli con i baci
ti dissi ancora
ti dissi
comunichiamo
meglio con i nostri corpi
che con le parole
perché le parole sono parole di altri
quando ci tocchiamo
non commettiamo errori di traduzione
e sono i valori
non gli interessi
a renderci complici
sembra che ci parli con i baci
alcune immagini valicano
i confini del tempo
come le stelle
affacciati alla finestra
sempre lì
fisse nelle notti
dei giorni e delle epoche
e i nostri corpi comunicanti
come scintille di un falò
che svolazzano
divampano nel cielo
e si spengono nell’ombra

 

Alcune volte le storie e gli spunti si nascondono nelle immagini. L’illustrazione allegata a questo componimento è stata realizzata da momusso. È brava, seguite la sua pagina.

finestra

Ha trovato la sua strada

“Ha trovato la sua strada” è un’affermazione che mi piace: 5 parole che mettono un punto ai percorsi di un’esistenza.

Tuttavia ho dei dubbi. Cosa significa “trovare la strada”? Raggiungere il successo? Trovare un lavoro che ci soddisfi? Oppure trovare un partner che ci accompagni? O, ancora, presuppone uno stile di vita che ci lasci esprimere al meglio la nostra personalità, che ci doni la pace?

Appunto: utilizzarla rilascia un senso di pace, come un defaticamento. Quando parliamo di strada parliamo di ricerca interiore, e la ricerca è esercizio, curiosità, moto.

È nel momento in cui percepiamo la complessità della nostra individualità che inizia la ricerca. E la nostra individualità non contiene molteplici strade che anche noi fatichiamo a definire? E chi ci dice che una strada giusta in questo momento lo sia anche nel futuro? “Ha trovato le sue strade” forse è più esatto.

Alcune volte è nelle immagini che si nascondono le storie e le intuizioni. Sui nostri rami, anche su quelli più distanti, dentro una gemma, sta per nascere un fiore. La pace è la ricerca.
Per me la vita procede così: ramificata.

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Poche righe, tante parole #1: Il buio fuori, Cormac McCarthy

Sto leggendo Il buio fuori, di Cormac McCarthy. Lo scrittore americano era candidato al premio Nobel da poco assegnato a Bob Dylan. Ha scritto Non è un paese per vecchi da cui è stato tratto il film da Oscar dei fratelli Coen. Con il romanzo distopico La strada ha vinto il premio Pulitzer nel 2007, anche da questo è stato tratto un film.

McCarthy mi piace molto. La sua prosa ha la grande capacità di elevarsi con poche parole e acquisire un respiro epico, a tratti solenne. Ogni elemento accenna ha un cambiamento superiore, i suoi periodi suonano come predizioni.

Spesso pensiamo ai libri come a storie unitarie, tendiamo ad analizzare il tutto invece del dettaglio. La scrittura, come l’arte in generale, si distingue dalle repliche proprio tramite i dettagli. Fa parte della lotta al cliché. A partire dagli snodi narrativi fino alla singola frase.
È per questo che ogni tanto bisognerebbe rallentare il flusso della lettura e affrontare le frasi con maggiore attenzione. Questo è un processo che ci aiuta a comprendere il mestiere dello scrittore, che lavora con il cesello ogni periodo. Poche righe, valgono tante parole.

Ho scritto questa lunga introduzione perché mi piacerebbe farvi leggere un inizio di capitolo qualunque di questo libro:
“Continuò a camminare anche dopo il tramonto del sole. Non vide altre cose. Più tardi la luna salì in cielo, e la strada davanti i suoi occhi serpeggiava gessosa e irreale fra il nero dei boschi. Uccelletti di palude si zittivano a mano a mano che lui avanzava e poi ricominciavano a cinguettare alle sue spalle, quasi lui si muovesse in uno spazio vuoto inaccessibile al suono. Portava con sé un bastone, e con un bastone saggiava tutte le piccole ombre sul terreno sopra il quale camminava, ma sulla strada c’erano solo le sagome delle cose”.

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Notiamo come la prima frase ci inserisce in un contesto di solitudine, di alienazione, di abbandono. L’interazione che hanno i personaggi con il mondo che li circonda è ammirabile, li rende vivi e in continua azione: “si zittivano a mano a mano che lui avanzava e poi ricominciavano”. E ancora: “saggiava le ombre sul terreno sopra il quale camminava”, questa frase ci dice qualcosa di molto importante su questo personaggio con eleganza e apparente spensieratezza.

E i dialoghi, asciutti, mai pomposi o bisognosi di uscite a effetto: “Già. Non siete di qui, acconsentì l’uomo. Diede una manata violenta a una vespa che passava di lì. Via, via, maledizione, imprecò. Voi da dove venite, se posso chiederlo?”. Senza alcun segno d’interpunzione a introdurli.

Insomma Cormac McCarthy è consigliato, si era capito?

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